Associazione Amici del Gioco del Ponte

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 Un lavoro, una passione: i ricordi di Nello Pucci

E’ una di quelle persone che ha lavorato molto per il Gioco, con un ruolo di responsabilità, limitandosi a svolgere il proprio compito al di fuori delle luci della ribalta che una manifestazione come il Gioco del Ponte può dare. E’anche testimone di spaccati di vita sociale genuina all’insegna di un forte attaccamento alla città e alla manifestazione che più di altre unisce e divide i pisani, l’ultima domenica di Giugno.

Nello Pucci dall’immediato dopoguerra è stato uno dei responsabili cui il Comune aveva assegnato il recupero, la manutenzione e la gestione dei costumi del Gioco dl Ponte, di cui è profondo conoscitore dopo una esperienza di quasi trent’ anni. Ancora oggi la passione e l’entusiasmo lo avvicinano alla manifestazione seppure come semplice spettatore. Nello Pucci non è mai stato un figurante, ma ha contribuito concretamente alla riuscita di edizioni storiche come quella del 1947 all’Arena Garibaldi (la prima dopo l’ultima grande Guerra) e del 1960 a Roma, al Circo Massimo, in occasione delle Olimpiadi. Lo abbiamo incontrato e gli sono state poste alcune domande.

 D.: Qual e il ricordo più lontano legato al Gioco del Ponte?
R.: Già da quando ero bimbo assistevo al Gioco. Nel 1935 vi parteciparono i miei fratelli ed ero sui lungarni. Mi ricordo anche le edizioni successive. Poi nel 1938 il corteo del Gioco del Ponte sfilò a Firenze, presso i giardini di Boboli, in occasione della visita di Hitler.Si diceva che il corteo avesse colpito tanto i capi nazisti che essi, a distanza di tempo, chiedevano che fine avessero fatto i costumi e il Gioco.

D.: Il Gioco fu ovviamente interrotto per lo scoppio della guerra. Che fine avevano fatto i costumi?
R.: Nel 1940 l’Amministrazione Comunale decise di mettere al sicuro i costumi, nascondendoli. Fu ritenuto luogo ideale il ballatoio del Battistero. Ancora oggi è possibile vederlo. C’era una porta d’accesso alla scala tortuosa che conduce al soppalco che fu murata. Fu cosi impossibile scorgere i costumi.

D.: Lei ha cominciato a lavorare nel 1945 per il Comune. Da quando s’interesso direttamente dei costumi del Gioco del Ponte?
R.: Nel 1946 la Deputazione dell’OPAE decise di sgomberare i locali del Battistero dove nel 1940 erano stati nascosti i costumi per metterli al sicuro dalla guerra. L’amministrazione Comunale si occupò dei trasferimento dei costumi nella sede che li aveva ospitati già dall’edizione del 1935, il Museo Civico di S. Francesco, presso il chiostro dell’omonima Chiesa. In quell’occasione fui chiamato.

D.: Come apparivano i costumi dopo anni difficili?Ci furono problemi?
R.: I costumi erano stati ammucchiati velocemente, senza un criterio. Insieme ad alcuni colleghi prendevamo un costume alla volta e tramite bauli e l’ausilio di carrucole li caricavamo sui camion per trasferirli nella sala degli Arazzi del Museo civico di S. Francesco, dove furono montati degli appositi armadi. I problemi, in ogni modo, più che legati allo stato dei costumi, che erano stati realizzati circa dieci anni prima, riguardavano l’identificazione e la conseguente sistemazione. Non era facile ordinare oltre ottocento costumi.

D.: Come fu risolto il problema?
R.: In modo molto pratico. Furono fatti mucchi di costumi uguali e sistemati temporaneamente su tavoli. Ma le difficoltà per la quantità di costumi erano notevoli, cosicché l’Amministrazione Comunale chiese aiuto a Peruzzi, il titolare della sartoria di Firenze che era stata incaricata di realizzare i costumi. Con il suo aiuto riuscii a sistemarli, permettendo di fare il Gioco l’anno successivo, nell’edizione straordinaria dl 1947 all’Arena Garibaldi.

Ricordo che Peruzzi portò il catalogo originale e, seguendo il vecchio ordine di sfilata, fu ricostruito l’intero corteo di Tramontana e Mezzogiorno. Sarebbero sorti ulteriori problemi gli anni successivi se non avessi ideato, con il consenso dell’Amministrazione Comunale e dello stesso Peruzzi, di catalogare ciascun costume, comprese scarpe e stivali. Cosi numerai ogni costume ad olio in modo da resistere all’usura. Il lavaggio a volte era necessario soprattutto per ragioni igieniche in un periodo in cui molte malattie, compresa la TBC, erano diffuse. I costumi furono quindi tutti catalogati, dal numero uno ad oltre il numero ottocento. Fu la prima volta che fu fatta una catalogazione del genere.

D.: Lei ha assistito a grossi cambiamenti nella manifestazione. Quali aspetti distinsero i diversi tipi di Gioco del Ponte?
R.: Certamente con il tempo si sono perse tante consuetudini. Ad esempio qualche figura particolare, come i Dignitari ed i Cavalieri, portava il costume assegnato a casa propria, dove si prestava particolare attenzione nella pulizia e nella sistemazione del costume. Veniva rilasciata una ricevuta del materiale preso, compresi gli accessori come calze, piume e guanti. Finito il Gioco, gli stessi figuranti, avevano quindici giorni per restituirli.

Per sicurezza ricordo di avere avuto uno schedario in cui inserivo nome, cognome, ruolo ricoperto ed il materiale che era stato affidato. Era un clima di serietà che si vedeva anche il giorno del Gioco nei locali di vestizione e durante la sfilata. Erano tempi in cui partecipavano al Gioco numerosi esponenti della nobiltà pisana tra cui il Conte Roncioni, il Conte Curini Galletti, il Conte Agostini, il Conte Samminiatelli, il Marchese Quaratesi, il Marchese Ollandini, il N.H. Strambi, il N.H. Cilotti, il N.H. Studiati Berni, il N.H. Inghirami, il N.H. Del Torto.

D.: Un numero di costumi che sicuramente supera le ottocento unità. Si conosce il numero esatto di costumi che erano coinvolti nel Gioco del Ponte?
R.: Sicuramente sono un patrimonio inestimabile. Nel 1946 quando li catalogai i costumi erano circa novecento, questo perché settanta od ottanta di essi erano dei “Barcaioli”.Costoro, nel Gioco del 1935, durante la battaglia sul Ponte, erano sistemati sulle barche in Arno, pronti a recuperare coloro che nello scontro fra le due Parti potevano essere scaraventati in Arno dal Ponte di Mezzo. Tali costumi erano di tela, simili a quelli dei fotografi attuali. Oggi sono sopravvissuti alcuni costumi del 1935, il cui particolare tessuto ne ha permesso una maggiore resistenza all’usura come quelli delle Guardie al Campo. Tuttavia, mentre si ha una numerazione certa per i costumi, lo stesso non può dirsi per le armature, questo perché il ferro era considerato come un tutt’uno con il costume.

D.: Come organizzava la manutenzione di costumi?
R.: Avveniva tutto in tre o quattro mesi e non ho mai avuto grossi problemi. Agli inizi di maggio cominciavamo ad occuparcene per poi sistemare e chiudere i locali intorno alla metà di agosto. Si cominciava con la sgrassatura, la pulitura e la lucidatura delle armature con l’aiuto delle addette alle pulizie. Erano dipendenti comunali che come straordinario si occupavano di questo faticoso ma importante compito. La grassatura permetteva una migliore conservazione e protezione dalla ruggine. Erano poco più di una dozzina e collaboravano per i tre mesi vicini al Gioco anche con lavori sartoriali. Le stesse lavavano a mano i colletti, le calze sulle ‘pile”; mai i costumi, che erano disinfettati. Ad agosto, sistemata ogni cosa, disinfettata con naftalina e antitarme, chiudevamo i locali. Ricordo poi che una volta i targoni, vista l’usura, furono ritoccati a mano. Per l’occasione venne un artigiano che riprese il colore originale di ciascun targone per tutte le dodici magistrature.

D.: Lei ha partecipato anche all’organizzazione della trasferta dei costumi a Roma nel 1960, in occasione delle Olimpiadi. Che ricordi ha?
R.: Occorsero venti o venticinque giorni per trasferire il materiale, sistemarlo nei locali e allestire la vestizione. Quell’occasione fu molto importante perché i costumi furono trasferiti dal luogo in cui si trovavano.

D.: Dove si trovavano?
R.: Nel 1935 i costumi furono sistemati dallo stesso Fortunato Bellonzi presso il Museo Civico di S. Francesco. Nel 1940, come ho detto, furono nascosti nel Battistero. Nel 1946 tornarono nel Museo Civico. Nel 1960, al ritorno da Roma, furono trasferiti alla Cittadella, nei locali che erano stati adibiti, per rimanervi fino a pochi anni fa, prima di essere trasferiti nei magazzini comunali a Ospedaletto. Partendo dal numero uno del catalogo, secondo l’ordine di sfilata, furono sistemati nella parte bassa, corrispondente a Tramontana. Poi fu creato un soppalco per Mezzogiorno.

D.: In oltre venticinque anni di lavoro vicino al Gioco ha conosciuto persone che appartengono alla storia della manifestazione. Chi ricorda?
R.: Il Dott. Ferruccio Giovannini era davvero una degna persona, con cui andavo molto d’accordo e che aveva fiducia in me. Ricordo anche Gastone Gambogi, grande appassionato e artista indiscutibile. Ma anche Simmaco Possenti, Sergio Burchi, Ivo Pucciarelli, Sergio Porta, Luciano Di Sacco, Mario Giannessi, Sergio Lotti, Piero Favati, Medici.

D.: Alla luce della sua esperienza, qual è il costume più bello? Quello che le piace di più?
R.: Sicuramente il costume del Luogotenente Alfiere del Palio, il più bello di tutti. Ma anche quello dei Generali.

D.: E quale costume le sarebbe piaciuto indossare?
R.: Mi piaceva molto il costume da Cavaliere, ma non a cavallo perché non avevo pratica.

 

Intervista di Stefano Gianfaldoni
Foto di copertina di: Maurizio Babboni






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